23 Febbraio 2024

Perché i giovani non vogliono guidare il camion?

Migliaia gli autisti che mancano all'appello, un numero destinato a salire nei prossimi anni. Ecco i motivi che allontanano i giovani, anche i più convinti, dal volante.

Lo scorso week end mio nipote Leonardo, 2 anni e mezzo, mi chiese di giocare insieme. Mi siedo con lui mi guarda con gli occhi di chi ha un tesoro tra le mani e mi dice: “Zia guarda che bello!” Aveva in mano un camioncino sebbene ignaro del mio mestiere.

Non ho potuto fare a meno di pensare a quanti bambini sognano di guidare un camion ma poi, crescendo, raramente concretizzano questa passione facendone un’occupazione.

Ne sono la riprova i numeri del settore: già oggi in Italia mancano all’appello almeno 15 autisti, che diventeranno, secondo stime, 30 mila nel prossimo biennio per crescere ulteriormente negli anni a venire, in controtendenza rispetto alla circolazione delle merci su strada. Mentre i conducenti diminuiscono, infatti, il traffico aumenta: secondo i dati del Mims nel primo trimestre di quest’anno c’è stata una crescita del 7 per cento del traffico dei mezzi pesanti in autostrada rispetto allo stesso periodo 2021. Ci interroghiamo spesso sulle cause di questo fenomeno: proviamo ad analizzarle.

È innegabile che si tratti di un lavoro complesso, faticoso e, agli occhi dei più, anche pericoloso: sempre su strada con infrastrutture a dir poco inadeguate e inefficienti, lontani da casa per giorni, fine settimana inclusi, e dunque poco tempo per la famiglia e ancor meno da dedicare a sé stessi.

In tanti, italiani e stranieri, poi sono passati alle consegne dell’ultimo miglio, aumentare per via della crescita dell’eCommerce, con percorrenze giornaliere inferiori e il rientro in giornata.

Si registra inoltre, negli anni, il deterioramento dell’immagine dell’autista agli occhi dell’opinione pubblica. La professione ha sempre meno appeal sui giovani che si affacciano al mondo del lavoro. La riabilitazione della figura dell’autista è in parte avvenuta con il Covid, quando si è avuta la dimostrazione di quanto siamo importanti per il sistema Paese ma, evidentemente, non è bastato.


COSTI ELEVATI

Altro elemento da non sottovalutare sono i costi della patente e dell’abilitazione professionale: un’altra grande “barriera all’entrata” di questo settore.

Un giovane che voglia acquisire le patenti necessarie a guidare mezzo pesante (C, E, CQC) dovrà sborsare tra i 4mila e i 5mila euro circa, e il ciclo dura almeno un anno.

C’è poi il limite dell’età: il conseguimento della patente implica l’aver compiuto almeno 21 anni, spesso 24, a seconda della categoria del veicolo: a quell’età ormai i ragazzi che avevano bisogno di un impiego, probabilmente l’hanno trovato, accantonando l’idea di mettersi al volante.

Anche il salario, uno dei fattori che spingeva i giovani verso questo mestiere, non è più quello di una volta. E’ evidente che l’identità di trasferta giornaliera di 90mila delle vecchie lire negli anni 90/2000 non hanno lo stesso potere d’acquisto dei 45 euro circa attuali: occorrerebbe intervenire sul cuneo fiscale, aumentando la soglia delle indennità di trasferta e dei rimborsi di spesa (art51, comma 5 TUIR), che non concorrono alla formazione del reddito di lavoro dipendente.

Questo consentirebbe di innalzare gli stipendi degli autisti senza però ulteriormente gravare sulle nostre imprese, che già sopportano un costo totale annuo di lavoro dipendente per singolo conducente, tra i più elevati rispetto a corrispondenti valori per Bulgaria, Romania, Lituania Ungheria e Repubblica Ceca.

La strada per rendere attrattivo il mestiere dell’autista ai giovani, insomma, è sicuramente complessa ma mi immagino un futuro in cui un ragazzo possa realizzare il suo sogno anche e soprattutto quando è quello di guidare un camion finalmente.


Fonte: Vie e Trasporti

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