11 Agosto 2020
News&Eventi

Chi vuole fare il camionista?

Pochi, anzi pochissimi oggi sognano il volante di un truck con il risultato che ben un driver su due ha già raggiunto i 50 anni. E mentre le aziende lamentano la difficoltà di reperire personale formato, le scuole guida rilasciano sempre meno patenti professionali. Costano troppo, certo, e poi chissà se veramente c’è tutto questo lavoro di cui si parla. Noi abbiamo provato a scoprirlo con chi vive questo mondo ogni giorno.

Nei prossimi anni in Italia serviranno almeno 15 mila autisti ma in un Paese con la disoccupazione giovanile poco al di sotto del 40 per cento pare proprio che al volante dei camion non si voglia mettere nessuno. Lo dicono le aziende e lo ribadiscono le scuole guida: nel 2017 (ultimo anno completo di cui si ha il dato disponibile) sono state rilasciate solo 13.187 patenti C in tutta la Penisola e 9.503 tra BE, CE e DE. Secondo i dati del Ministero delle Infrastrutture e dei Trasporti oggi in Italia sono attive 1,17 milioni di Carte di Qualificazione del conducente: il 45,8 per cento è intestato a over 50. Solo il 18,1 per cento ha, di contro, meno di 40 anni.

Stesso trend tra i padroncini, ossia i titolari delle ditte individuali. Secondo i dati di Infocamere, ben il 66 ha un’età compresa tra i 50 e i 90 anni. Nel 2011, gli over 50 erano il 52 per cento.

Il Comitato Centrale, organo di direzione dell’Albo Nazionale dell’autotrasporto di cose per conto di terzi, ha cercato di superare l’ostacolo lanciando, nel 2017, il progetto ‘Professione Conducente’, sottoscritto anche da Unrae. L’idea? Consentire ai giovani di intraprendere il percorso che porta a diventare autisti professionisti finanziando l’80 per cento circa della spesa necessaria per il conseguimento delle patenti di guida di categoria C e/o della patente professionale CQC. Una spesa che oggi si aggira intorno ai 6.000 euro.

I risultati sono una goccia nel mare: a fine 2018 circa 70 i giovani formati nell’ambito del progetto pronti per il mondo del lavoro, 12 quelli che hanno conseguito anche la patente E per guidare complessi veicolari.

Ma la carenza di autisti non riguarda solo la Penisola, come conferma il rapporto European Road Freight Transport 2018, realizzata da Transport Intelligence.


DOVE SONO I GIOVANI

In tutta l’Europa all’appello mancherebbero 150.000 camionisti. In Gran Bretagna, dove l’età media degli addetti è di 55 anni, è già emergenza: la carenza di personale sta crescendo ad un tasso di 50 conducenti al giorno. Le imprese di Sua Maestà si avvalgono di 60 mila conducenti stranieri per mantenere le loro flotte ai livelli attuali ma anche questo potrebbe non bastare perché il problema comincia a sorgere anche a Est. In Germania i posti vacanti sono 45mila, in aumento: nei prossimi 15 anni due terzi degli autotrasportatori usciranno dal mercato del lavoro per sopraggiunti limiti di età.

Conducenti agè anche in Spagna: il 72 per cento oggi ha più di 50 anni. Medesima situazione in Francia dove con gli attuali livelli di ingresso nel settore non sarà possibile il ricambio generazionale. Gli autisti iniziano a scarseggiare anche in Polonia: un documento redatto dall’Unione dei datori di lavoro ‘Trasporti e logistica’ lamenta la mancanza di 100.000 autisti nella capitale europea dell’autotrasporto. Anche qui l’età media cresce, la maggior parte di coloro che oggi impugna il volante per professione si inserisce nella fascia 45-50 anni e il numero di patenti di guida professionali rilasciate ogni anno diminuisce inesorabilmente: circa 300mila nel 2006, 48 mila nel 2011.

Il risultato? Un’azienda su cinque del Vecchio Continente è alla ricerca di personale viaggiante. Sempre più veicoli sono costretti a sostare sui piazzali: la merce c’è, mancano i driver.

Altro Continente, medesimo problema. Pure nel Paese a Stelle e Strisce di giovani con voglia di mettersi al volante non c’è traccia. Secondo l’Ata (American Truckers Association), se la situazione dovesse rimanere invariata, nel 2026 mancheranno 175.000 camionisti, il 35 per cento di quelli necessari per mantenere le flotte agli attuali livelli. La mancanza di autisti qui si sta già facendo sentire sui costi di trasporto con ricadute sui prezzi dei prodotti finiti.


DURA LA VITA

La spesa per il conseguimento delle patenti professionali non agevola l’accesso alla professione. E a complicare le cose c’è stata l’abolizione della leva obbligatoria che in passato ha consentito a molti giovani di poter entrare in possesso di patenti di categoria superiore a costo zero.

Il problema di base è però che il mestiere ha perso attrattività. Se è vero che oggi i veicoli pesanti sembrano astronavi e richiedono decisamente più cervello che muscoli, è anche vero che la cornice negli anni non è cambiata in meglio, anzi le regole introdotte a livello europeo per aumentare la sicurezza, regole indispensabili, hanno fatto sì che sia venuta a mancare quella sensazione di libertà che per anni è stata un po’ sinonimo stesso di camionista. La strada è sempre quella, più congestionata, le aree di sosta attrezzate con servizi su misura mancano, le attese nelle aree di carico e scarico possono diventare infinite. A ciò si somma la lontananza da casa, anche per periodi prolungati. Insomma una vita dura, quella del camionista, a fronte di compensi non troppo generosi.

Il salario medio in Italia oggi è poco superiore ai 1.600 euro. Nell’ultimo decennio non ci sono stati aumenti, anzi.


IL PREZZO DELLA CRISI

A partire da fine 2019 la contrazione dei consumi nel Vecchio Continente ha comportato una minor domanda di trasporto. Molte aziende per sopravvivere si sono trovate costrette ad abbassare le tariffe, intervenendo anche sugli autisti. C’è chi ha chiesto uno sforzo al personale e chi ha preferito rinunciare a quello italiano per proporre contratti di somministrazione ad autisti venuti dall’Est, senza professionalità talvolta, ma a basso costo. La situazione di oggi insomma è il risultato di un lungo periodo di crisi, che ha visto scomparire tanti professionisti e nessuna nuova leva all’orizzonte.

Non bastano gli annunci di ricerca del personale a convincere del fatto che questo mestiere può ancora dare soddisfazioni, sul fronte personale, come su quello economico. Il timore è che ci sia sempre qualcuno disposto a lavorare per meno, a condizioni peggiori. E se le statistiche dicono che dall’Est europeo il flusso si sta fermando perché anche qui è emergenza autisti, c’è il timore che la concorrenza possa arrivare da oltre i confini dell’Unione. I turchi a bordo delle nostre cabine sono già una realtà.


PER RIPARTIRE

Invertire la tendenza non è impossibile ma è indispensabile un cambio di rotta. Le aziende di autotrasporto devono innanzitutto garantire un compenso adeguato in busta paga e aggiornamenti professionali. Sulle persone bisogna investire per un trasporto di qualità.

Bisogna, poi, mettere a disposizione veicoli all’avanguardia, più confortevoli e sicuri e strumenti che consentano di fare al meglio il proprio lavoro e in sicurezza. Perché tra i tanti problemi degli autisti ci sono anche quelli legati alla loro incolumità e a quella del carico. Bisogna realizzare aree di sosta che consentano ai conducenti di staccare veramente la spina nel periodo di riposo e di godere di servizi essenziali, come docce calde. Bisogna far rispettare le indicazioni dei tempi massimi di carico e di scarico affinché non vi siano inutili attese.

E soprattutto bisogna far sì che committenza paghi il giusto per i servizi di trasporto. Il sottocosto ha rovinato il settore. Riconoscere il dovuto è indispensabile affinché il camionista torni a essere il mestiere più bello del mondo.


I CONDUCENTI CI SONO

“Non mancano gli autisti in Italia, sono invece poche le aziende disposte ad assumerli con contratti regolari e a garantire loro tutto ciò che è necessario per fare al meglio questo lavoro con benefici per entrambi le parti”.

La pensa così Vincenzo Iuzzolino (a sinistra), segretario di Fast-Confstal, Federazione Autonoma Sindacati dei Trasporti. “La crisi purtroppo – ha detto – ha spazzato via una generazione di autisti professionisti. In quegli anni molte aziende hanno deciso di delocalizzare per abbassare le spese, altre si sono avvalse di personale straniero senza alcuna professionalità rinunciando a quello italiano. Anche chi ha sentito meno i colpi della crisi ha giocato al ribasso. Gli autisti si sono trovati costretti a confrontarsi con quelli provenienti da Est, disposti a lavorare per un salario che è meno di un terzo di quello italiano”.

Cosa rimane di quegli anni? “Il settore è stato distrutto, si è abbassata la qualità dei servizi e anche gli autisti dell’Est Europa hanno cominciato ad alzare la testa e a pretendere quanto effettivamente dovuto”.

Oggi c’è chi sta cercando di invertire rotta puntando proprio su qualità e professionalità. “La professionalità è diventata merce rara ma le aziende di autotrasporto che la cercano possono trovarla, basta offrire una busta paga adeguata e formazione”.

Quello della formazione è un altro grande tema: non bastano infatti le patenti professionali, per partire ci vuole esperienza. Bisogna dare la possibilità ai giovani neo-patentati di salire a bordo con personale di esperienza per poter apprendere il mestiere, come si faceva in passato. Per fare il camionista non basta saper guidare. Ma le aziende disposte a farlo sono poche perché richiede tempo e risorse”.

Nessun futuro per i camionisti? “Certo che c’è ancora futuro per questa professione, basta che si facciano rispettare le regole e che si creino pari condizioni all’interno dell’Unione Europea. Sono convinto che di giovani disposti a mettersi al volante ce ne siano ancora molti, può essere un mestiere bellissimo, ma è necessario che si possono muovere in un contesto differente da quello attuale.


COSA RESTA DEL MESTIERE PIU’ BELLO DEL MONDO

“La verità? Le aziende lamentano la mancanza di autisti ma spesso quando ci si presenta alla porta si scopre che il lavoro c’è se si lavora a determinate condizioni, ossia sottopagati”. Antonio G. sul camion è salito vent’anni fa ma al figlio augura un futuro diverso.Una volta con questo mestiere potevi mantenere degnamente la famiglia, oggi si arriva a mala pena a fine mese. Si possono guadagnare circa 2mila euro mese netti ma diventano meno di 1.800 sottraendo le spese che bisogna sostenere per stare fuori, i rimborsi il più delle volte non sono previsti. Si dorme in cabina, ci si lava in qualche modo perché le aree di sosta attrezzate sono ancora una chimera, solo qualche volta si mettono le gambe sotto il tavolo.

E poi non dimentichiamoci le responsabilità civili e penali, non indifferenti. Un operaio guadagna meno ma può contare sulla mensa, gli straordinari pagati e ogni sera torna a casa”. La pensa così anche Leonardo A.: “Il settore è stato distrutto, le aziende per anni non hanno investito sulle persone attingendo dall’estero con contratti di somministrazione. Agli autisti italiani sono stati imposti contratti truffa, sono stati messi in condizioni assurde. Non c’è da stupirsi se oggi nessuno vuole fare più questo mestiere. I posti di lavoro buoni ci sono ma si possono contare sulle dita di una mano”. E per chi si affaccia alla professione per la prima volta c’è il problema dell’esperienza, considerata indispensabile da molte aziende. E’ il caso di Carlo, un giovane che il volante lo sognava e ha seguito l’iter per diventare un camionista. “Ho preso patente C, E e CQC ma trovare lavoro è dura. Le aziende vogliono persone con esperienza, qualcuno che possa inserire le chiavi nel cruscotto e partire. Spero di trovare presto quella giusta”.


CERCASI AUTISTI DISPERATAMENTE?

Tra le prime aziende a denunciare la difficoltà di reperire personale c’è stata la Cst srl, del Consorzio Co.Tra.Log, con sede a Scorzé, a 25 chilometri da Venezia. Da due anni – si è letto un po’ su tutti i giornali – cerca 150 autisti, con scarso successo. Il problema sarebbero gli orari notturni. I giovani non sarebbero disposti al sacrificio nemmeno se in cambio vengono offerti un buono stipendio, sicurezza e formazione.

Noi abbiamo chiesto di esprimersi a riguardo a LC3, azienda con sede a Gubbio che fornisce servizi di trasporto – a temperatura controllata, di container refe, merci pericolose e rifiuti – e logistica leggera con una flotta di circa 200 veicoli, e al Gruppo Maganetti, gigante di Tirano (in provincia di Sondrio), che si occupa di trasporto su gomma con 150 veicoli e di supporto logistico. Due realtà ben strutturate.

“Nel Sud Italia – ha spiegato Mario Ambrogi, fondatore della LC3 – gli autisti si trovano, al Nord è un po’ più difficile ma non impossibile. Non abbiamo veicoli fermi per la mancanza di personale. Il programma di crescita professionale e di valorizzazione del personale è un punto di forza della nostra azienda fin dalla sua nascita. Per i nostri driver abbiamo avviato un percorso di affinamento delle tecniche di guida con corsi di guida sicura e di guida economica tenuti da personale qualificato e certificato.

Dello stesso parere Matteo Lorenzo De Campo, amministratore delegato del Gruppo Maganetti. “Gli autisti sono una risorsa scarsa – ha sottolineato – ma non improbabile. Se un’azienda non trova autisti dovrebbe interrogarsi sul perché, la fama nel nostro settore conta molto. Chi offre buone condizioni di lavoro, paga regolarmente i contributi oggi riesce ancora a reperire autisti per i propri veicoli. Mi preoccupa invece il futuro: se le cose non cambieranno e i giovani non si avvicineranno a questa professione c’è il rischio che la scarsità di driver si acuisca.



Fonte: N. 828 aprile 2019 www.vietrasportiweb.it

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