18 Settembre 2020
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Sistri: finalmente è tempo di chiudere

Potrebbe valere la formula classica: “Dopo lunga malattia, è passato a miglior vita”. Non fosse che, trattandosi del Sistri, a una vita migliore sono passate le imprese di autotrasporto italiane che da quest'anno non dovranno più pagare per il Sistema di tracciabilità dei rifiuti speciali, un servizio che - per usare le parole del ministro dell'Ambiente, Sergio Costa – “non è mai stato operativo”, ma nel frattempo le imprese aderenti, quelle con più di 10 addetti, “hanno dovuto pagare iscrizioni, adeguamenti tecnologici, aggiornamenti per i mezzi e per il personale e infilarsi in un ginepraio di norme, sanzioni, poi sospese, poi riattivate, quindi nuovamente sospese, esenzioni, eccezioni, nuovi obblighi: insomma un inferno normativo durato otto anni”.

Per questo il 1° gennaio 2019 gli autotrasportatori italiani hanno stappato lo champagne non soltanto per festeggiare l'arrivo dell'anno nuovo. “È una notizia che attendevamo da tempo” si è rallegrato il presidente di Anita, Thomas Baumgartner e il vice presidente di FAI-Conftrasporto, Paolo Uggè, ha ricordato, quasi ripetendo le parole del ministro, che “il Sistri era un sistema non funzionante, costoso, che si è voluto imporre alle imprese di autotrasporto”.

Ma la decisione è stata accolta con soddisfazione anche al di fuori del recinto dell'autotrasporto: anche le organizzazioni confederali - Confindustria, CNA, Confcommercio, Confagricoltura - hanno espresso il loro “forte apprezzamento” per la soppressione del sistema informativo più disastrato (e più inutilmente costoso) d'Italia.


UNA STORIA TORMENTATA E CONTROVERSA

È stato il Consiglio dei ministri del 12 dicembre scorso a varare il decreto legge 135 (il cosiddetto “decreto semplificazioni”), nel quale con i tre commi dell'articolo 6 è stata messa definitivamente fine alla tormentata e controversa vicenda del Sistri dopo otto anni di roventi polemiche, proteste clamorose, fallimenti tecnologici e inchieste giudiziarie.

In realtà tutto era cominciato nel 2006, con una legge che stanziava cinque milioni di euro per la realizzazione di un sistema integrato di controllo e tracciabilità dei rifiuti, ma c'erano voluti quattro anni, fino al 2010, per arrivare a un contratto peraltro singolarmente sottoposto a segreto di Stato - tra il governo e la Selex, una società pubblica dell'ex Finmeccanica, oggi Leonardo.
Da allora il Sistri è entrato in un caos incontrollabile. Lo testimoniano nove rinvii prima di una partenza, il 1° ottobre 2013, con una platea ridotta ai rifiuti pericolosi e alle imprese con più di dieci dipendenti, passando per una serie di sperimentazioni fallite, culminate con il click day del 5 maggio 2011, nel quale un terzo delle 120 mila imprese coinvolte non riuscì a effettuare il collegamento con la centrale operativa.

Ma a dare il colpo di grazia al Sistri è stata, nell'aprile del 2013, la Procura di Napoli che ha messo sotto inchiesta - arrestando 22 persone e sequestrando 10 milioni di euro - i vertici della Selex, accusati di associazione a delinquere finalizzata alla truffa, abuso d'ufficio e false fatturazioni per presunte irregolarità nell'aggiudicazione dell'appalto.

Quando il governo si è convinto dell'inevitabilità di far saltare il Sistri, tuttavia, quel contratto inizialmente secretato (ma ormai palese, essendo stato rimosso il segreto dall'ottobre 2011) si è rivelato un capestro strettissimo: ci sono voluti quasi due anni per ottenere che la Selex si convincesse, alla fine del 2015, a ritirarsi dall'impresa e per poter avviare una gara europea per un nuovo sistema di tracciamento dei rifiuti, indetta dalla Consip nel luglio 2015. Nel frattempo gli operatori hanno dovuto continuare da una parte a pagare il Sistri, dall'altra a continuare ad attuare il vecchio tracciamento cartaceo.


I COSTI PER LE IMPRESE

È andata avanti così ancora per tre anni, con i decreti mille proroghe di fine anno che rinviavano ogni decisione sul Sistri per tutto l'anno successivo e sospendevano, nel frattempo, le sanzioni (da 1.200 a 45 mila euro), ma non l'obbligo al versamento del contributo per un sistema ormai inesistente. Non erano cifre irrisorie: la somma variava a seconda della quantità di rifiuti trasportati e del numero di mezzi impiegati, ma i versamenti - da effettuare entro il 30 aprile di ogni anno - andavano dai 550 ai 60 mila euro, a seconda delle dimensioni e dell'attività dell'impresa.

Impossibile valutare, se non attraverso stime, il costo complessivo che le 6.500 imprese impegnate nel trasporto di rifiuti pericolosi hanno dovuto sostenere per finanziare questo sistema, definito dallo stesso ministro Costa “uno dei più grandi sprechi nella gestione dei rifiuti speciali”.

Il titolare del ministero dell'Ambiente ha anche quantificato che la spesa a carico delle imprese e dello Stato è ammontata a 141 milioni di euro. Costa non ha precisato quanto sia stato versato dal governo (il contratto secretato prevedeva un canone annuo di 28 milioni dal ministero dell'Ambiente) e quanto pagato a vuoto dalle imprese (che comprendono produttori e trasportatori), ma ha dettagliato la ripartizione annua: “Dal 2010 al 2014 sono stati fatturati 290 milioni, di cui quasi 90 pagati effettivamente. Dal 2015 al 20l8: fatturati 66 milioni, pagati 51. Attualmente - ha concluso Costa - era in corso un affidamento da 260 milioni in cinque anni, che viene quindi sospeso”.

Un computo della parte pagata dall'autotrasporto che da risultati leggermente diversi, tuttavia, era stato elaborato per i primi due anni di versamenti, quando il Sistri ha incassato, in totale, 105 milioni di euro (70 nel 2010 e 35 nel 2011), cifra relativamente vicina ai 90 milioni indicati da Costa come “pagati effettivamente”. La quota attribuita all'autotrasporto era stimata nel 70% e dunque la spesa affrontata in quei due anni dalle imprese del settore sarebbe di poco più di 73 milioni.
Più difficile, se non impossibile, stimare il costo per le imprese totali (e quindi al 70% per l'autotrasporto) negli anni successivi, anche perché Costa nella sua esposizione non ha spiegato se nelle somme indicate sia come fatturate, sia come pagate - compaia il canone a carico del suo ministero o altre spese della mano pubblica. Certamente, la diminuzione sia del fatturato sia del pagato conferma l'adesione decrescente delle imprese, dovuta al fallimento iniziale e, in seguito, alla sospensione delle sanzioni.


ARRIVA IL SISTRI 2.0


Ma, attenzione. Anche se è sparito il Sistri, rimane il controllo e il tracciamento dei rifiuti pericolosi.

Su questo punto Costa è stato chiaro: “Il Sistri aveva lo scopo, assolutamente condivisibile e anzi necessario, di tracciare l'intero sistema di rifiuti speciali del Paese”. E le stesse associazioni dell'autotrasporto hanno sempre condiviso questa necessità, protestando invece per le modalità complesse e inefficaci con cui il tracciamento avrebbe dovuto essere realizzato. Il decreto prevede, perciò, che il nuovo sistema sia gestito in maniera diretta dal ministero dell'Ambiente, ma fino a quando quello che Costa ha definito il Sistri 2.0 non vedrà la luce, gli operatori dovranno rispettare gli adempimenti precedenti al Sistri: presentare il modello unico di dichiarazione ambientate (MUD), tenere il registro di carico/scarico, utilizzare i formulari di trasporto anche in formato digitale.

Quanto al nuovo sistema. Costa ha spiegato che “attualmente è assicurata la tracciabilità del 65% dei rifiuti speciali” e che “l'obiettivo è arrivare almeno al 90%, risparmiando soldi e tempo per le aziende”. Come? Secondo indiscrezioni il ministero dell'Ambiente avrebbe già affidato all'Albo dei gestori ambientali l'incarico di trovare una nuova soluzione e lo stesso Albo ha già avviato da qualche mese un'apprezzata consultazione con le associazioni dell'autotrasporto. Al tempo stesso, il ministero starebbe elaborando una procedura per annullare la gara (attualmente sospesa per alcuni ricorsi) indetta da Consip, che due anni fa aveva assegnato a un consorzio Tim, Almaviva e Agriconsulting la progettazione del nuovo sistema.

Cosa uscirà da tutto questo è ancora presto per dirlo. Almeno inizialmente il nuovo sistema di tracciamento dovrebbe consistere semplicemente in un formulano elettronico che le aziende dovranno compilare in sostituzione delle procedure cartacee, evitando le complicazioni e le complessità del controllo con il GPS. Per questo Costa parla di risparmi “di soldi e tempo” e ha potuto rassicurare che i costi previsti sono di circa 3 milioni di euro l'anno.


E I RISARCIMENTI ALL'AUTOTRASPORTO?

Una sciocchezza. insomma, al confronto dei 141 sacrificati sull'altare del Sistri. ma le associazioni del settore pur manifestando il loro apprezzamento per la decisione del governo pongono il problema sia dei costi per lo smaltimento delle scatole nere. sia di quelli finora sostenuti inutilmente. Sul primo nodo è subito intervenuto il presidente di Anita, Thomas Baumgartner: “Certamente resta il tema delle somme versate in passato per un sistema che non ha mai funzionato”.
Il secondo lo ha posto una nota di Assotir : “Chi rimborserà alle imprese il costo dello smantellamento, sui propri veicoli, degli apparati che avrebbero dovuto monitorare il traffico dei rifiuti e che si sono invece ridotti a essere un puro aggravio di peso per gli autoveicoli? Si tratta, per quel che ne capiamo, di un costo salato che rischia di esserlo ancor di più se si tenga conto dell'inevitabile fermo macchina necessario all'operazione in officina”.

Paolo Uggè, invece, ha sollevato entrambi i problemi, segnalando in particolare che il costo dell'operazione si aggira intorno ai mille euro per veicolo. Per questo ha chiesto al governo di “costruire un fondo per consentire alle imprese di recuperare i costi indebitamente sostenuti”. Non è una semplice proposta. O, come avrebbe detto Tex Willer, non è una promessa, è una minaccia. “Va da sé” ha continuato Uggè, “che senza ricevere le dovute risposte o dimostrazioni di disinteresse Conftrasporto si vedrà costretta ad avviare una class action o iniziative adeguate a tutela degli interessi delle imprese danneggiate”.

Insomma, la battaglia del Sistri non è ancora finita.


C'E' UN GIUDICE ANCHE A ROMA

Che I'obbligo di pagare il contributo Sistri senza ricevere un corrispettivo di servizio fosse un obbrobrio giuridico di dubbi ce n'erano pochi. Per questo, nel gennaio 2015, Uomini e Trasporti - in collaborazione con lo studio Zunarelli - aveva lanciato una class action per invitare le imprese a ottenere, per via giudiziaria, il rimborso delle somme versate dal ministero dell'Ambiente negli anni 2010 e 2011, quando cioè i contributi si pagavano e il sistema era ancora di là da iniziare a funzionare.

Ci sono voluti quattro anni, ma nell'ottobre del 2018 un primo giudice ha dato ragione a un'impresa che, dopo aver pagato per due anni l'inutile contributo, aveva seguito le indicazioni della nostra rivista.

È stato il giudice di pace di Roma che, con sentenza 28424/18, ha condannato il ministero dell'Ambiente a un risarcimento di circa 3 mila euro (che coprono sia i versamenti che l'installazione della black box) più gli interessi e le spese legali.

A convincere il giudice, si legge nella motivazione, non sono state soltanto le “gravissime deficienze tecniche e funzionali che non ne hanno consentito l'avvio neppure in forma sperimentale”, ma soprattutto il decreto legge 101/2013 con cui il ministero dell'Ambiente ha fatto retromarcia, escludendo dall'obbligo del tracciamento elettronico i rifiuti non pericolosi, a conferma della definitiva inutilità delle spese sostenute da parte delle aziende che trasportano rifiuti non pericolosi”.


RITORNO ALLA CARTA

Cosa succede adesso dopo la cancellazione del Sistri? Per il ministro Sergio Costa intanto si va avanti all'antica, vale a dire presentando il modello unico di dichiarazione ambientale (MUD), tenendo il registro di carico/scarico, utilizzando i formulari di trasporto. Poi si attuerà un nuovo sistema, che stanno studiando all'albo dei gestori ambientali, molto meno costoso (circa 3 milioni di euro): in pratica dovrebbe consistere in un formulario elettronico da compilare in sostituzione delle procedure cartacee, evitando le complicazioni del controllo con GPS.


CHI PAGA I COSTI DELLO SMONTAGGIO?


Sistri chiude, ma tutto quanto acquisito per "colpa" del Sistri, vale a dire black box e chiavette USB, che fine fa? Bisognerà smontare il tutto. Ma smontare costa, anche in termini di fermo macchina. Costo quantificato in circa 1.000 euro a veicolo. Ecco perché Paolo Uggè, vicepresidente dì Conftrasporto, chiede al governo di costituire un fondo per consentire alle imprese di recuperare i costi indebitamente sostenuti. In mancanza fondi - minaccia - partirà una class action per tutelare gli interessi delle imprese danneggiate.


Fonte: Uomini e Trasporti - febbraio 2019

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